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IL FORTINO

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Non c’è nessun vero motivo alla base di quanto seguirà. È un bisogno. Spero alla fine non fisiologico.
Tempo fa, qualche annetto di sicuro, ho cominciato a scrivere un racconto (mai finito, tanto per cambiare), che avrei dovuto chiamare, una volta terminato, “Affrancatura semplice”. Una storia semplice appunto( le uniche che riesco a scrivere), che voleva essere una sorta di chiamata per tutti quei napoletani che vivono la loro città di riflesso. Ad ognuno di loro, durante la vita che erano riusciti a crearsi lontano dall’ombra del Vesuvio), sarebbe arrivata improvvisamente una lettera che li invitata o meglio ordinava di rientrare a casa, Napoli, per una serie di motivi che forse ora non è più il caso di elencare e che la memoria non ricorda.
Quell’ammasso di frasi è rimasto nel cassetto. O cassonetto, come dir si voglia.
Qualche giorno fa qualcuno via FB ha postato la lettera di una signora che elencava tutti i luoghi comuni su Napoli ma riusciva a volgerli tutti al positivo.
In molti si sono meravigliati di tale esperimento e qualcuno vorrebbe che la signora vincesse il Nobel per la fantascienza.
Io non mi sono meravigliato affatto. Può l’acqua calda diventare stupefacente? Chi pipperebbe dalla caldaia o dal boiler? Ma torniamo alla missiva.
Ma quella lettera che tanto (o poco), clamore ha suscitato, non ha messo in moto un bel nulla in me se non farmi capire che era arrivato il momento per raccontare, dopo quasi 20 anni, il mio status di emigrante, in un momento nel quale purtroppo si vivono accezioni del termine molto più drammatiche.
Non lo faccio per avere dei like su FB, che non saprei nemmeno come utilizzare.Se poi qualcuno mi spiega dove si cambiano e quali premi posso avere in base ai Like maturati, mi farebbe un grosso favore. Tra i premi c’è il tostapane? Ditemi di sì.
Ho un blog sul quale scrivo poco, perché forse ho poche cose da dire al mondo.
Ho un profilo social sul quale profilo poco. Anzi, sembra più un profilo di un asocial network.
Diciamo che la ribalta non è una luce che mi affascina.
Scrivo per liberarmi e fare spazio. Scrivo di questo perché forse è un cerchio che si sta chiudendo e non ho ben capito se io sono dentro o fuori quel cerchio.
Non è un bilancio e nemmeno una resa dei conti. Scrivo dopo tanto tempo, non sapendo perché ho smesso e sapendo ancora meno perché ho ripreso.
È come quando una mattina, senza un apparente motivo, ti svegli anche se non hai ben chiaro che cavolo farai e dove cavolo andrai a parare.
Tutto qui.
La scena non è di quelle più originali di questo mondo ma in tutti questi anni non sono mai riuscito a trovarne un’altra in grado di raccontare meglio quell’istante. E poi, a ben vedere, leggermente diversa dalle altre che abbiamo visto al cinema centinaia di volte, lo è.
Mi spiego meglio.
Prendete il classico fortino accerchiato, quello in genere costruito in mezzo al niente e tirato su in fretta e furia giusto in tempo per farsi accerchiare e non lasciare scampo ma scalpo, nella migliore delle ipotesi.
Quelli circondati, genericamente definiti bravi o fessi, in questo caso sono molti. Ma molti veramente. Sono ammassati (nel giro di poco tempo per alcuni di loro quelle “esse” lasceranno il posto alle “zeta”), spaventati, confusi.
Hanno discreti viveri ma poche munizioni e siccome non le sanno usare(le munizioni dico mentre coi viveri se la cavano decisamente meglio), le hanno buttate tutte fuori dal fortino (le munizioni dico, i viveri quelli se li tengono ben stretti).
Quelli fuori, genericamente definiti in tanti modi, sono quattro gatti ma sanno esattamente cosa fare e dove colpire. Sono armati, ignoranti come sassi. Picchiano, sputano, sparano e urlano come se non ci fosse un domani. E fanno tutto questo nello stesso istante.
In quella landa desolata che poi landa desolata non è, si sentono solo loro. Quelli cattivi.
Anche perché la paura, anche se tanta, non si sente. La paura la si può vedere, sentire no.
La battaglia dura da decenni se non secoli.
Si combatte, ci si accoppia (in casi fortunati), si vive quello che la giornata offre e si tramanda.
Quelli circondati tramandano la paura e la voglia di scappare.
Quelli fuori tramandano la faccia tosta e la voglia di prendersi ogni cosa con le buone o con le cattive. Ma sulle buone non sono sicuro che sia un’opzione attivabile.
Un giorno è toccato anche a me vivere quella battaglia. L’ho vissuta e combattuta per 25 anni circa. Le ho prese sicuramente, non ricordo di averle mai date e ho tirato avanti. Sono stato fortunato. Di certo sulla mia giacca non sarebbe finita mai nessuna medaglia ma intanto ero lì.
Ricordo il profumo delle mazzate. Il sapore della vigliaccheria. I lampi di eroismo. A volte si vinceva semplicemente non perdendo.
Parlando la sera con quelli rinchiusi scoprivo che in molti, anche avendone la possibilità, non sarebbero mai andati via. Non avrebbero mollato il fortino per nulla al mondo.
Assurdo. Non capivo. Li guardavo come si può guardare Salvini in qualsiasi contesto.
Io no, cavolo.
Io me ne sarei andato in ogni preciso istante.
Non capivo quel fortino.
Non capivo quella follia della resistenza.
Non capivo che cazzo ci facevo io lì e accusavo i miei di avermi buttato in quella mischia più grande di me e di ogni cosa che sarei mai potuto diventare.
Non riuscivo a comprendere quell’accanimento terapeutico nei confronti di un luogo che stava morendo e che di lì a poco avrebbe portato con se tutti noi.
Non serviva una mente eccelsa per capire che la battaglia era persa eppure si combatteva semplicemente restando lì e non mollando su nulla.
Ma il tempo passava e quelli fuori diventavano sempre più cattivi e noi sempre più fessi.
A tal proposito, storia di vita vissuta.
Sono cresciuto con il consiglio di mio padre che spesso mi diceva:”Ricordati che a Napoli è difficile che per strada s’incontrino due fessi e uno sei sempre tu.”
Quel fortino, amici, era Napoli.
Quelli circondati erano quelli sani. Quelli coraggiosi. Quelli in eccesso. Quelli silenziosi.
Quelli fuori erano quelli che Napoli la fanno a pezzi e che passo dopo passo prendono spazio, aria, credibilità e visibilità.
Anche io, uno dei tanti, ero alla fine destinato a combattere quella battaglia per sempre, come i miei e tutti quelli prima di loro.
Poi, un giorno, come in tutti i film del genere, un comandante cerca un volontario con il compito di scappare per portare a chissà chi un messaggio che in genere è sempre del tipo “non c’è più niente da fare”, oppure “servono rinforzi” oppure “Il Napoli domenica che ha fatto?”
Quel giorno, incredibile a dirsi, toccò a me e io scappai senza sentire nemmeno il messaggio che avrei dovuto recapitare.
Scappai cercando di sfuggire al nemico. Scappai senza voltarmi indietro. Scappai senza vergogna, perché stavo salvando la pellaccia.
Ma non scappai solo da tutto quello.
Scappai anche da tutto quello che avevo difeso in tutti quegli anni. Lasciai sulla mia branda ogni pezzo di quello che ero.
Punto e accapo.
Sono passati ormai vent’anni da quel giorno ma quell’odore di fuga continuo a portarmelo dentro. È un tanfo che ogni giorno bussa sempre più forte alla mia porta.
Per anni ho vissuto facendo finta di niente. Pensavo fosse il vicino. Sono andato avanti resettandomi. Integrandomi. Mai rinnegandomi, però, nonostante qualcuno possa pensare e credere il contrario.
Nella mia nuota vita, mi sono incazzato per i sanpietrini che con la pioggia saltavano via e per i pellegrini che la domenica bloccavano la capitale.
Successivamente mi inalberavo se il Po esondava o se in inverno cadeva poca neve e non potevo andare a fare la settimana bianca. Che poi chi l’ha mai fatta…
Di quel fortino, di quella battaglia, di quelli restati lì a combattere ho provato a dimenticarmene.
In fondo scappare era sempre stato il mio sogno e lo avevo realizzato. E poi idealizzato.
Perché lentamente, invecchiando forse, sono riemersi come quei reperti archeologici che saltano fuori durante uno scavo della linea della metro. La polvere è caduta da tutti quei mattoni e quelle fessure che avevo lasciato lì e che in fondo erano lì ad aspettarmi.
Ho cominciato a ricordare quel fortino. Ho riscoperto quei volti restati in trincea a difendere un valore, una cartolina, una dignità costantemente attaccata e violentata. Li ho immaginati sporchi di polvere senza esserci in fondo mai caduti. Li ho visti con una dignità che mi ha fatto sentire un codardo. Perché scappare è semplice quando le cose vanno male. Restare e resistere non è da tutti.
Eppure, anche se quelli restati lì non ci crederanno, quella battaglia io non l’ho mai davvero dimenticata. Ho continuato a combatterla da lontano. Ho continuato a difendere quelle fragili pareti ogni istante, quando qualcuno mi ricordava quello che ero o da dove venivo. Quel fortino l’ho portato in ogni luogo nei quali sono stato e non sono mai uscito da lì veramente. Per uno nato nel cuore di quel disastro da difendere è impossibile dimenticare. Mi sono mosso sempre in spazi limitati da qualcosa o da qualcuno. Spesso erano parole. Altre volte silenzi. O sguardi. Strette di mano solo ad invito.
E riscopri, anche se non era necessario, che spesso fai parte di qualcosa che è altrove.
Noi, quelli circondati, veniamo alla luce con la certezza che per salvarci dovremo (momento che nasce esattamente dopo la comparsa del primo dentino),

Why i love riding motorcyclestrovare il modo di fuggire. Altrimenti non c’è speranza e senza speranza non c’è futuro e senza futuro i verbi li puoi usare solo al presente, e mi dici come diavolo fare a progettare se puoi parlare sono all’oggi?
Qui, lontano da quella eterna baraonda, questa cosa non sanno nemmeno cosa sia, perché qui al massimo devono spostarsi da un quartiere all’altro. E in tanti non capiscono come tu, prima del treno, non abbia provato il bus.
Noi no. Noi fuggiaschi nasciamo a forma di boomerang. L’unica differenza è che alcuni nascono con la forbice attaccata al cordone ombelicale e altri no.
Tutto qui.
Ma lo so, non c’entra nulla con tutto quello che quelli rimasti lì hanno provato. E provano. E di certo non voglio vantarmi di imprese che non ho contribuito a realizzare ma volevo che “quelli”, gli accerchiati, venissero a conoscenza che ogni volta che in Tv sento dell’ennesimo attacco respinto a quel rimasuglio di teste alte, mi sento orgoglioso. E volevo che sapessero anche che ogni cosa nella vita ha un prezzo, anche la fuga. E si paga con una moneta poco appariscente e luccicante e non sempre accettata.
Di quello che hai dovuto lasciare non frega niente a nessuno. Di quello che hai dovuto seppellire, idem.Ma fa nulla.
E volevo che si convincessero, anche, del fatto che un giorno arriverà veramente ad ognuno di noi una lettera nella quale ci ordineranno di tornare in quel fortino e di rifare il percorso inverso, nella speranza che anche le cose che ognuno di noi ha perso o ha doluto abbandonare, possano farsi ritrovare.
Di certo quella lettera è partita con noi. Forse è il messaggio che dovevamo consegnare, chissà.
Forse è un modo come un altro per dire che siete molti di più di quelli ammassasi e circondati lì.

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Cannes Lion o Cannes Lioff?

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Sembrava un giorno come tanti. Solita colazione. Soliti giornali.  Poi, d’un tratto, una notizia che per la maggior parte delle persone ha la stessa importanza della scoperta del metodo dell’inseminazione artificiale per i molluschi striati dalla lunga coda presenti in alcune zone remote del Pacifico.

Ma per chi fa (o faceva come nel mio caso), il nostro lavoro la notizia è di quelle che lasciano perplessi: Cannes, l’importante istituzione creativa che sancisce l’eccellenza del mondo della comunicazione, ha deciso di chiudere i battenti.

Proprio così!

Dopo aver distribuito leoni, aver consacrato carriere e aver riempito di lustro un lavoro spesso sottovalutato, Cannes ha detto basta.

Prossimamente spiegheranno il motivo ma per ora le cose stanno così.

Anzi, stanno pure peggio.

Perché a ruota, a quanto pare, chiuderanno anche Epica, il NYFF, ADCE e tutte le manifestazioni legate al mondo della pubblicità.

Una vera e propria epidemia che in pochi mesi spazzerà via tutti i riconoscimenti internazionali legati alla creatività.

C’è da pensare che a breve anche i premi minori faranno la stessa fine.

Ma perché?

Che cosa è successo?

Come mai hanno deciso di chiudere, rinunciando tra le altre cose anche ad un bel business che ogni anno muove svariati milioni di euro?

Non vedo l’ora di leggere le motivazioni, come accade per una sentenza clamorosa della Cassazione. Colpevoli o innocenti? E noi vittime, di noi che ne sarà?

A quanto pare la chiusura è a tempo indeterminato.

E ora?

Quali saranno i riflessi sul nostro mondo?

Quanti giovani (e meno giovani) creativi, desiderosi di salire sul tetto del mondo, perderanno d’un tratto l’ispirazione?

Quante nottate non avranno più un fine? E nemmeno un inizio?

Quanti vecchi avranno la forza di continuare a guardare avanti? A mostrare una rotta, a motivare gli altri, a farli remare fino alla morte per farsi portare a destinazione Paradiso?

Quante asticelle, d’un tratto, saranno costrette ad abbassarsi?

Quanti colloqui perderanno il 95% delle cose da dire?

Quante presentazioni passeranno da 87 chart a 3?

Quanti sforzi, cercando di creare finti brief, si perderanno nella desolazione più profonda?

Quante coppie saranno costrette a lavorare per far vendere i prodotti ai loro clienti?

Quanti veri brief saranno costretti a farsi leggere sul serio?

Quante stanze chiuse da novembre a marzo saranno costrette ad aprirsi?

Quanti aperitivi salteranno?

Quante figure professionali spariranno dalle agenzie?

Quante mensole saranno riempite solo ed esclusivamente da foto di famiglia? O dalle vacanze?

Quanti denigratori dei premi invaderanno i blog anonimi, gongolandosi tra il “io lo sapevo” e il “ve lo avevo detto”?

Quanti creativi frustrati e frustati, costretti a remare mentre gli altri navigano in coperta serviti e riveriti, alzeranno per la prima volta la testa, sentendosi esattamente uguali agli altri?

Quanti discorsi vuoti come questo saremo costretti a sorbirci?

In giro, in TV, per strada, sul web, vedremo solo pubblicità di merda oppure no?

Da gennaio a gennaio, tra di noi, di che cazzo parleremo?

Ma soprattutto, in quanti continueranno a fare questo lavoro, sapendo che oltre la vita non c’è più niente?

Non lo so.

Non so cosa rispondere.

Sono confuso.

 

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Il problema non è cos’è il genio ma dov’è?

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Questi sono giorni di grande dibattito. Di fermento. Non sentivo nulla di simile da quando è uscito l’iPhone 6s.

Su Facebook, Twitter e anche sui classici mezzi poco attendibili, tipo TG e stampa, non si parla d’altro.

Sarà la crisi economica, l’instabilità, gli attentati, Renzi in bermuda sulla neve ma in questo momento la gente si chiede una sola cosa.

Cosa?

“Ma il film di Zalone è una merda oppure no?”

“Cioè fa bene al cinema italiano oppure lo uccide?”

“Ma se vado a vederlo, mi deve piacere oppure se rido mi devo preoccupare?”

Ero indeciso se postare anch’io qualcosa al riguardo quando mi sono imbattuto nell’intervista di Aldo Biasi Comunicazione.

La domanda sostanzialmente era la stessa. Cambiava il settore merceologico (dal cinema alla tv),  ma non quello organico (ci siamo capiti).

Il tema è la mediocrità della creatività italiana. In questo caso applicata alla comunicazione.

Bella domanda. La risposta chissà.

Da quanto tempo non salto dalla sedia dopo aver visto uno spot?

Rifaccio, scusate.

Da quanto tempo non salto dalla sedia dopo aver visto uno spot ma senza voler andare a spaccare la faccia a quelli che lo hanno fatto ma anzi genuflettermi a loro e ammirarli?

Nemmeno con la DeLorean e Doc al mio fianco riuscirei ad andare così indietro nel tempo.

Aldo Biasi Comunicazione giustamente esprime il suo punto di vista.

E anche se non richiesto, esprimo il mio anche se facendo ormai il freelance sarebbe meglio stare zitto e non bruciarmi i contatti ma siccome io di contatti non ne ho, pazienza.

Non ricordavo il famigerato spot Panini citato nell’intervista e dopo averlo visto sono andato sul sito di Aldo Biasi Comunicazione per vedere il rovescio della medaglia (rovescio rispetto a Panini).

Forse l’ho cercato male ma non l’ho trovato.

Mi chiedo: “Cosa c’è di diverso tra lo spot di quelli che passano a Panini e quelli che invece si passano l’olio?”

Aldo Biasi Comunicazione spero possa rispondere.

Tutti e due vanno dritti rispetto alla strada scelta. Condivisa. Imposta. Chi può dirlo.

Avevo risposto ad un altro articolo tempo fa e il tema era più o meno lo stesso.

Non giudico uno e non critico l’altro.

Non sono nessuno per poter fare una cosa simile e poi non è da me, purtroppo.

Il nostro lavoro è strano. Passi da pippa a genio a seconda di quale porta varchi.

 

Ma la vera stranezza è che sono tutte e due giuste le valutazioni. Almeno oggi è così.

 

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Saviano dice la sua. Tema a piacere.

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Prima puntata

Palco vuoto. Dopo la presentazione da parte del presentatore, in scena vediamo una sedia vuota e subito dopo vediamo entrare 4 uomini che difendono e coprono totalmente qualcuno che non vediamo ancora. È chiaro che sono delle guardie del corpo. Si guardano attorno nervosamente poi, dopo aver dato tutti e quattro l’ok, l’uomo protetto può finalmente sedersi. È Roberto Saviano. L’uomo guarda verso il basso, quasi intimidito, poi dopo un respiro profondo, comincia a parlare.

“Spesso vengo accusato di vedere camorra e malaffare ovunque. Molti mi dicono che io parlo solo di questo. Sto facendo un percorso per uscire da questo sistema. Oh cazzo, ho detto sistema?

Rivolgendosi agli uomini della scorta, preoccupato, dice: “Guagliù ho detto sistema? I poliziotti annuiscono.

“Mannaggia a morte. Fa niente. Ho fatto solo una lezione dallo professore che mi insegnerà che ci sono anche cose belle nel mondo e che non c’è criminalità ovunque. Ieri sera, per esempio, ho acceso la tv e mi sono messo a guardare il Boss delle torte….Ho detto boss?

Rivolgendosi agli uomini della scorta, preoccupato, dice: “Guagliù ho detto boss? I poliziotti annuiscono.

“Questo percorso è difficile. Oggi, per dimostrare a tutti che sto guarendo,  parlerò di cibo. Il cibo è buono. Il cibo è bello. La criminalità dietro ai fornelli non c’è. Co’ cazz! La pizza salsiccia e friarielli nella realtà è una lavatrice che ripulisce danaro sporco. Chi ordina una media chiara deve sapere che in realtà sta comprando un cappotto di ermellino alla moglie del boss. Una crocchetta di riso arma un killer. Uccide più una frittura che una pistola. Il sistema non guarda in faccia nessuno. È subdolo. Il boss del lardo della colonnata, Peppino Transaminasi (lo chiamavano così perché dopo aver visto le sue ultime analisi del sangue diventò trans), un giorno entrò in una cucina armato di speck e fu una strage perché era scaduta dal 1965. Il giorno dopo sui giornali nemmeno una riga, perché faceva comodo il silenzio. Perché tutti dovevano mangiare ma cose buone. Nel 1997 iniziò una faida sanguinosa tra due clan molto forti: da un lato quello della famiglia Cracco, con a capo Carluccio detto “Dai, dai, dai” e dall’altra i Bastianich, con al vertice Joe detto “o mericano”. Due famiglie che governavano il traffico di droghe da nord a sud: non c’era zafferano o pepe nero che non passasse tra le loro mani. La collusione Stato-Malaffare è sotto gli occhi di tutti. Il Sindaco di Trespolo, un piccolo paesino con solo un bancomat, un giorno fu costretto a fare i conti con l’apertura di uno SpeedyPizzo, altro che pizza a domicilio. Io osservo. Guardo. Indago. Perché per caso volete dirmi che dietro le impepate di cozze non c’è un giro di prostituzione su larga scala?”

A questo punto uno delle guardie del corpo fa cenno che è tardi e che bisogna andare.

 

“Come sono andato? Ho parlato di cibo, no? Non dite niente al professore che quello poi parla con gli amici suoi e mi fanno le scarpe…Domani andrà meglio, lo so…”

 

Lettera ad un politico a caso.

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Come fare a scrivere una lettera a Voi politici, facendo in modo di farmi capire?

Sì,perché se io non capisco Voi, forse anche Voi avete lo stesso problema con me.

Perché l’italiano, la lingua che più mastico, ormai sembra non la digeriate più.

Proverò allora a venirvi incontro, cercando di scrivervi in una lingua a Voi tanto gradita: il politichese. Ma non mi assumo nessuna responsabilità. Ma da questa ultima frase intuisco che forse già ci sono riuscito.

 

L’opione pubblica, di cui io sono solo un umile strumento, mi ha messo nella condizione precisa di poter esprimere quello che al momento non è un malcontento comune ma solo localizzato in un substrato ben noto a certi ambienti del qualunquismo generalizzato. Sparare nel mucchio ormai sembra lo sport preferito da qualche esagitato e di questo punto mi voglio far carico. L’esigenza più volta ribadita dal gruppo che mi sostiene, è quella di mettere sul tavolo una serie di iniziative atte a risolvere un processo ormai in stasi. Serve l’impegno di tutti e, confermo da parte nostra, il serio interessamento a trovare una soluzione che soddisfi le esigenze di tutti. Ma veniamo nel concreto. Ieri camminavo lungo un lembo di terra coperto di sostanza asfaltosa a tratti, nota anche come strada, e ogni tanto la mia curiosità si volgeva alle mie spalle in quanto da lunghi piloni in materiale metallico posti ai lati del suddetto lembo emanavano una leggera luminescenza prodotta dal surriscaldamento di un filo posto all’estremità del palo stesso. Ma tale luminescenza, che chiamerò illuminazione stradale, era fioca e ciò provocava in me un senso di disorientamento, dovuto ediventemente ad un senso di malessere dovuto sicuramente non alla vostra gestione ma a quelle precedenti. Ma sono certo che ci state già lavorando. Ebbene, incontro all’uscita di un ritrovo tipico nel quale molte persone entrano per chiedere bevande spesso calde o cibo che chiamerò Bar, persone di razza non caucasica che mi guardano con attenzione. Capisco di essere agitato e che forse mi ritroverò a breve con una lunga lamina di metallo lucido dal bordo seghettato che chiamerò coltello appoggiato con forza ad una parte del mio corpo posto tra la testa e il busto che alcuni chiamano giugulare. Ho paura. L’ultima volta che ho visto passare da quelle parti una macchina blu con una luce sopra e un suono molto forte che forse si chiama volante, ero piccolo. Ma i tagli alla sicurezza li hanno voluti loro, mica voi. Mica serve dirlo. E’ per questo che noi vi voteremo sempre, fino a quando morte non ci separi. Vado nel posto nel quale ho deciso di fissare il mio domicilio e mi chiudo dentro(casa). Vorrei tanto illuminare la casa con le stesse luminescenze incontrate per strada ma non posso. Ogni due mesi mi arriva un foglio di carta pieno di numerini e mi accorgo che i numerini sono sempre più alti e quindi ho imparato il linguaggio dei ciechi e mi muovo per casa col tatto. Bollette. Roba da poco.

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Benvenuti in Italia. Cosa possiamo offrirvi?

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La gente è pazza. Stadio Olimpico di Roma. Finale Juve-Napoli. Piove. Appena in stazione, un indiano senza pisello piscia per strada da steso. Record. Piove. Arrivo il albergo e poi si parte per lo stadio. Metro. Entriamo ma poi, cambiata idea, non riusciamo più a risalire. Dopo aver girato come sorci, ritorniamo un superficie giusto in tempo per la pioggia. Piove. Taxi. Zona stadio perché la polizia ha chiuso i varchi. Passiamo il ponte circondati da tifosi. Piove. Ritiro i biglietti gentilmente offerti e il gruppo si prepara ad entrare. Ai cancelli m’ispezionano un pacchetto di gomme una ad una. Piove. Entriamo. Non piove.

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La livella 2.0 – Mi scusi Principe per lo scippo.

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‘A livella 2.0

Piccolissime variazioni sul tema

Ogn’anno, il due novembre, c’è l’usanza per i defunti andare al Cimitero.

Ognuno ll’adda fà chesta crianza; ognuno adda tené chistu penziero.

Ogn’anno, puntualmente, in questo giorno, di questa triste e mesta ricorrenza,

anch’io ci vado, e con dei fiori adorno il loculo marmoreo ‘e zi’ Vicenza.

St’anno m’é capitato ‘navventura… dopo di aver compiuto il triste omaggio

(Madonna!) si ce penzo, che paura! ma po’ facette un’anema e curaggio.

‘O fatto è chisto, statemi a sentire: s’avvicinava ll’ora d’à chiusura:

io, tomo tomo, stavo per uscire buttando un occhio a qualche sepoltura.

“Qui dorme in pace il nobile Presidente signore di Arcore e nun solo,

ardimentoso eroe di mille imprese , fine umorista e grande dicitore”

Bondi e Apicella, incosolabili deposero.

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